Svalutare la laurea: cui prodest?

Autore: Piero Bevilacqua da Eddyburg.it (7.2.2012)
www.amigi.org . Questo articolo è stato inviato contemporaneamente al manifesto.

Il presidente del consiglio e il suo governo hanno dunque deciso di rinviare la decisione di abolire il valore legale della laurea universitaria. Non trattandosi di una materia che rivesta particolare urgenza c’è tutto il tempo per decidere con ponderazione e anche per aprire una consultazione nel Paese. Mi sembra un scelta saggia, espressione, forse, di quella saggezza che Asor Rosa ha ricostruito analiticamente sul manifesto come pilastro di questo esecutivo e dell’operazione politica generale su cui si reggono oggi le sorti dell’Italia.
Potrei anche aggiungere che la scelta inaugura un apprezzabile stile di coinvolgimento democratico degli italiani, che oggi vorremmo esteso ad altre questioni: per esempio ai problemi della Val di Susa, al conflitto sul Tav, a cui sinora si è risposto con la militarizzazione del territorio e con la criminalizzazione di una intera popolazione. Ma non sono sicuro di poter essere così magnanimo, per le ragioni che dirò alla fine. Debbo, peraltro, aggiungere che se si fosse proceduto immediatamente all’abolizione del valore legale, il governo avrebbe compiuto un atto di imperdonabile arroganza. E avrebbe ricevuto un contraccolpo di non trascurabile ampiezza.
Come avrebbe potuto, dopo tutto quello che è successo, con il precedente esecutivo? Rammento che il governo Berlusconi, non ha soltanto, per quasi quattro anni , coperto di vergogna e di disonore il nostro paese, ma ha inferto colpi micidiali, i più gravi in tutta la storia della Repubblica, all’intero sistema dell’istruzione. Ha gettato letteralmente sul lastrico la scuola pubblica, dalle elementari alle superiori, ha ridotto nelle condizioni forse più precarie della sua storia recente l’Università. Oggi gli studenti italiani hanno sempre meno borse di studio per poter frequentare i corsi, pagano le tasse più elevate d’Europa dopo quelle del Regno Unito e dell’Olanda, ricevendo servizi sempre più scadenti per assenza cronica di personale amministrativo, spazi collettivi, orari delle biblioteche, rarefazione dei docenti. Al tempo stesso migliaia di giovani con in tasca la laurea con lode, dottorato, master vari, conseguiti talora anche all’estero, non sanno dove sbattere la testa, sono gettati nella più grave angoscia che una persona possa subire: la consapevolezza di avere alle spalle anni e anni di studi, di possedere saperi, idee, energie volontà di essere utile al proprio paese e non sapere che cosa fare un giorno dopo l’altro. E a questa condizione, a tale drammatica situazione, nella sua prima uscita sui problemi dell’Università, il governo avrebbe davvero potuto rispondere con la grave decisione di abolire valore legale alla laurea?
Ma entriamo nel merito della questione. Le argomentazioni più serie a favore dell’abolizione non reggono alla prova. Sostengono i fautori di tale scelta, che nei concorsi pubblici il voto di laurea altera la corretta valutazione dei candidati, premiando spesso gli immeritevoli che hanno strappato a buon mercato, in qualche Università di serie b, un alto voto.
L’abolizione del valore legale metterebbe tutti in condizioni di parità. A questa apparentemente giudiziosa obiezione si possono tranquillamente fornire più risposte. Intanto, quello sollevato, è un problema che riguarda le norme sull’accesso alle professioni, le modalità con cui vengono valutati curricula, titoli, nei diversi concorsi. È lì che caso mai bisogna intervenire se si vuole essere più certi di premiare il merito, ma il valore legale della laurea non c’entra affatto. D’altronde, una cosa è la formazione universitaria, un’altra cosa sono le professioni. Per esempio, per l’accesso dei laureati all’insegnamento scolastico i legislatori italiani hanno di volta in volta varato dispositivi di “abilitazione” alla professione, che si aggiungevano alla semplice laurea e fornivano un vantaggio concorsuale a chi la conseguiva. D’altra parte, nei concorsi pubblici si valuta la prova a cui i candidati sono sottoposti, non è certo il voto di laurea, da solo, a decidere della selezione. E le norme variano comunque da professione a professione.
Gli abolizionisti ritengono invece che senza il condizionamento della laurea la valutazione sarebbe più libera, meno condizionata e premierebbe di più il merito. Ma è davvero così? Faccio notare che un giovane uscito dall’Università italiana ha svolto – a seconda della Facoltà – almeno tra 30 e 50 esami per conseguire la laurea. È stato cioè sottoposto alla valutazione di decine e decine di professori di diversi insegnamenti e ha subito il filtro legale di almeno due commissioni di lauree, se ha conseguito triennale e specialistica. Dunque ha superato innumerevoli “piccoli concorsi”. Non c’è merito alla fine di una tale carriera? Perché queste numerose verifiche di formazione e preparazione non dovrebbero avere più per noi una validità legale, utile per valutare il merito di un candidato? Noi ci affidiamo alle cure di un medico perché ha vinto il tale concorso o perché sappiamo che è passato per lunghi studi e ha superato prove e verifiche accademiche lunghe e ripetute? Gli abolizionisti ribattono: ma perché una laurea conseguita in una Università marginale deve avere lo stesso valore di una guadagnata in un ateneo di antico e riconosciuto prestigio? La risposta è, innanzi tutto, che le Università realmente marginali sono davvero poche nel nostro paese. Oggi, che si emarginano quelle telematiche, lo sono ancor meno. Dobbiamo allora colpire e svalutare l’intero sistema universitario italiano? È come se a una persona che zoppica da un piede si prescrivesse il taglio di tutte e due le gambe.
Quello che gli abolizionisti e in generale i “riformatori neoliberisti”, ispiratori spesso di queste amenità, non considerano è che le Università italiane non sono state create semplicemente per consentire ai cittadini di accedere ai concorsi, ma incarnano un percorso di formazione. Sono un patrimonio pubblico, che si è consolidato nel tempo, che è fatto della storia delle varie discipline scientifiche, delle diverse scuole accademiche, dei saperi, delle norme e dottrine destinate a formare le classi dirigenti del paese. Le università, da noi più che altrove, sono la sede storica delle diverse comunità scientifiche. In questo grande collettivo di studi si sono formati e si vanno formando non solo dei professionisti, ma il corpo intellettuale della nazione, con la sua identità e i suoi valori condivisi. Qui risiede la legalità, nel senso più alto, dei saperi che il nostro paese produce con la sua straordinaria e creativa operosità. Che senso ha, dunque, smembrare questo patrimonio in cui una parte estesa degli italiani riconosce le sue conquiste più alte? Che senso ha svalutare un lascito straordinario del nostro passato, ingiustamente vilipeso negli ultimi tempi per episodi certamente gravi di corruzione, ma che solo il moralismo indiscriminato e il neoliberismo interessato hanno potuto trasformare in una generale svilimento del nostro sistema formativo?
Ma ostinatamente si perora la necessità di creare una «pluralità di agenzie di accreditamento e di certificazioni a livello nazionale dei percorsi formativi», come si continua a dire. Si vogliono giurie esterne a quelle già esistenti. Queste garantirebbero il riconoscimento del merito. Molti dirigenti di Confindustria spingono in tale direzione, e così alcuni economisti, mai paghi dei fallimenti sotto cui sono state seppellite le loro misere dottrine. Davvero, in Italia, questa sarebbe una soluzione desiderabile? In Italia, paese di antica e lacerante frammentazione? Paese storicamente alle prese con i più gravi problemi di legalità civile di tutto l’Occidente? Si abolisce valore a un titolo garantito da un lungo processo pubblico e lo si mette in mano agli interessi dei privati? Qual è la ratio, se non la superstizione neoliberista, che non vuol vedere l’infinita serie di fallimenti di cui ha costellato la recente storia del mondo? In realtà si vuole continuare a colpire tutto ciò che è pubblico, deregolamentare tutto ciò che è fissato in norme di valore collettivo, come si fa in altri campi: dai contratti nazionali del lavoro agli articoli della Costituzione. Credo che all’intelligenza dei lettori del manifesto posso risparmiare ogni mio commento. Aggiungo solo che è con passi come questi, demolendo un presidio pubblico come la laurea, che si tende a piegare tutte le relazioni a logiche contrattualistiche private, a rapporti dare/avere, e si avanza verso il dissolvimento del tessuto culturale del paese come comunità nazionale.
Devo, tuttavia, concludere con un chiarimento. Tutte le considerazioni sin qui svolte si sono rese necessarie perché ho dovuto stare al gioco e prendere sul serio anche alcune fandonie neoliberali che non meriterebbero alcun commento. Ma quel che occorre dire, e avrei dovuto dirlo subito, è che la questione del valore legale della laurea è solo e semplicemente una astutissima manovra diversiva del governo. Nulla di più. Altro che saggezza, caro Asor, qui si tratta di astuzia raffinata. Con l’aggiunta di tanta professionalità. Il professor Monti e alcuni suoi ministri hanno studiato marketing o comunque ne sono esperti. Oggi l’Università ha un disperato bisogno di soldi, di personale tecnico e amministrativo, di nuovi docenti e ricercatori, di dottorati, di borse di studio. E che cosa orchestra il governo? Tira fuori un coniglio bianco dal cappello per incantare la folla, per dare in pasto ai furori contrapposti questo bel tema e distrarli per un po’ dai problemi in cui annaspa l’intero sistema formativo nazionale. Non ci caschiamo. Il ministro Profumo non si faccia illusioni. Metteremo le questioni reali dell’Università al centro dell’attenzione e non sarà facile farci distrarre con qualche trovata pubblicitaria.

LO SPREAD E’ COMUNISTA?

QUANDO IL MERCATO GIUDICA CON LO SPREAD
di Riccardo Puglisi 21.10.2011
fonte www.lavoce.info (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002607.html)

Le notizie sulle manovre d’estate pubblicate dai quotidiani più autorevoli hanno finito per influenzare l’andamento dello spread sui titoli di Stato? Difficile stabilire una relazione di causa-effetto. Ma un’analisi statistica mostra come la differenza tra lo spread dei Btp italiani e dei titoli di stato spagnoli rispetto ai Bund tedeschi sia aumentata significativamente quante più notizie sulla manovra finanziaria hanno pubblicato i quotidiani italiani il giorno precedente. La differenza diminuisce quando sono molti gli articoli a proposito delle intercettazioni.

Che effetto hanno le notizie politiche sull’andamento dello spread sui titoli di Stato? Un’analisi statistica della differenza tra lo spread dei Btp italiani e dei titoli di Stato spagnoli rispetto ai Bund tedeschi mostra come questa differenza aumenti significativamente – a danno dell’Italia – quante più notizie sulla manovra finanziaria hanno pubblicato i quotidiani italiani il giorno precedente (e in particolare il Corriere della Sera). Dall’altro lato, questa differenza diminuisce – a vantaggio dell’Italia – quante più notizie a proposito delle intercettazioni ha pubblicato il Corriere il giorno precedente. Dal lato spagnolo, forse aveva ragione Giulio Tremonti: vi è qualche segno di miglioramento dello spread quante più notizie sulle elezioni (anticipate) sono pubblicate il giorno precedente su El Mundo.

NOTIZIE E REGRESSIONI

Come raccontato da Tito Boeri in un articolo recente, durante l’estate la differenza tra lo spread tra i Btp italiani a dieci anni e i Bund tedeschi e il corrispondente spread per i titoli spagnoli è aumentato sensibilmente: lo spread sui titoli italiani ha sorpassato (definitivamente?) quello sui titoli spagnoli. Nel breve termine, in assenza di aggiornamenti sull’andamento del deficit pubblico nei due paesi, le notizie politicamente rilevanti possono avere un’influenza sugli spread, in quanto contengono informazioni importanti a proposito dell’evoluzione futura degli equilibri politici, e delle pubbliche finanze in particolare.
Mischiando politica e finanza, hanno probabilmente ragione coloro che identificano nella quotazione dei titoli di stato di un dato paese il risultato di un referendum continuo da parte degli investitori sulle pubbliche finanze del paese stesso. Un cattivo esito di questo referendum è costoso per lo stato: se il prezzo dei titoli di stato scende, il tasso di interesse ottenibile dai risparmiatori aumenta, ed è verosimile che lo stato dovrà offrire un tasso più elevato quando emetterà nuovi titoli.
Naturalmente, non esiste nessun esperimento attraverso cui analizzare gli eventuali effetti causali delle notizie politiche sull’andamento degli spread. Tuttavia, è possibile effettuare in maniera sistematica un’analisi descrittiva, con il fine di spiegare la differenza tra gli spread italiani e spagnoli in funzione del numero di notizie politicamente rilevanti pubblicate sui principali quotidiani dei due paesi.
Nella fattispecie, sfruttando gli archivi online del Corriere della Sera e di Repubblica e l’archivio Dow Jones-Factiva per El Mundo ed El País, ho raccolto il numero di articoli giornalieri in cui comparivano i seguenti termini: nel caso di Corriere e Repubblica ho cercato la parola “intercettazioni” per catturare le notizie a proposito delle conversazioni private del premier, e la coppia di termini “manovra” ed “economia” per le notizie sulla faticosa redazione e approvazione della manovra finanziaria. Nel caso dei giornali spagnoli, ho cercato la coppia di parole “elecciones” e “Zapatero” per misurare le notizie sulle elezioni anticipate, “recortes” ed “economía” per le notizie sui tagli fiscali e l’espressione “reforma laboral” per la riforma del mercato del lavoro. (1) Per quanto riguarda l’intervallo temporale, mi focalizzo sui mesi che vanno dal giugno al settembre di quest’anno.
Per analizzare la correlazione tra spread e notizie, utilizzo un modello di regressione multivariata, cioè un modello che tiene conto in maniera congiunta di un numero ampio di variabili: il fine di ciò consiste nell’evitare di “prendere lucciole per lanterne”, ovvero di attribuire a una certa variabile un effetto che è invece dovuto a un’altra variabile a cui non si è pensato (cosiddetta variabile omessa) ma che è sistematicamente correlata alle variabili a cui siamo interessati (differenza tra spread e notizie). Nella fattispecie, in ogni regressione tengo conto di un trend lineare, cioè del fatto che la differenza tra gli spread sembra aumentare col tempo a prescindere dal ruolo giocato dalle altre variabili, e del valore della differenza tra spread nel giorno precedente, poiché tale variabile è caratterizzata da un fattore inerziale importante. (2)

QUANTO COSTANO GLI ARTICOLI SULLA MANOVRA

I risultati di questa analisi appaiono nella tabella 1: poiché le notizie sui quotidiani collocati nello stesso paese sono fortemente correlate tra loro (rendendo difficile distinguere l’effetto di un quotidiano o dell’altro), nelle prime quattro colonne considero le quattro combinazioni possibili tra giornali italiani e spagnoli, prendendo un quotidiano per ogni paese; nella quinta colonna considero invece tutti e quattro i quotidiani contemporaneamente.

La prima riga della tabella mostra come la differenza tra gli spread aumenti a danno dell’Italia quante più notizie a proposito della manovra finanziaria vengono pubblicate dal Corriere della Sera il giorno precedente. Il loro numero varia durante il periodo da un minimo di zero a un massimo di dieci, con una media di 3,8 articoli e una deviazione standard di 2,75. Dato un coefficiente nella prima colonna di 0,363, si deduce che un aumento di una deviazione standard nel numero di notizie sulla manovra finanziaria – tenendo conto di tutti gli altri fattori – si associ in media con un aumento di un punto base nella differenza tra spread (cioè un centesimo di punto percentuale). Nell’intervallo considerato, i giorni con un numero di notizie sulla manovra superiore a otto sono il 29 giugno (appena dopo le voci sulle dimissioni di Tremonti), il 7 e l’8 luglio (dichiarazione di Tremonti: “Chi mi attacca danneggia il paese”), il 14 agosto (varo della manovra), il primo settembre (appena dopo il balletto sul cambio della manovra), il 14 settembre (Berlusconi a Strasburgo per presentare la manovra) e il 22 settembre (dichiarazione del Tesoro: non serve un’altra manovra). In generale, vi sono più notizie sulla manovra quanto più il suo iter di approvazione appare come accidentato e quanto più il suo contenuto viene contestato o ritenuto modificabile in toto. Evidentemente è impossibile identificare in maniera rigorosa un rapporto causale con questo tipo di dati, ma è interessante notare come rallentamenti e contestazioni della manovra siano correlate con un peggioramento dello spread a danno dei titoli di stato italiani.

UN SOLLIEVO DALLE INTERCETTAZIONI

Dall’altro lato, la seconda riga nella tabella mostra come un aumento nel numero di notizie sulle intercettazioni ancora sul Corriere della Sera si associ significativamente con una diminuzione nella differenza degli spread, cioè a vantaggio dell’Italia. Nell’intervallo considerato gli articoli sulle intercettazioni oscillano tra un minimo di zero e un massimo di diciassette, con una media di tre articoli circa e una deviazione standard di 3. Dato un coefficiente di -0,225 nella prima colonna, un aumento di una deviazione standard nel numero di articoli sulle intercettazioni si associa a una diminuzione di circa 0,7 punti base nella differenza tra gli spread. Ancora una volta è difficile raggiungere conclusioni incontrovertibili sulla base di questi semplici dati, ma un’ipotesi coerente con il risultato è che gli investitori finanziari apprezzino maggiormente i titoli di Stato italiani quando sembra aumentare la possibilità di un affondamento giudiziario del premier Berlusconi, a motivo delle intercettazioni con Tarantini e Lavitola.
È anche interessante notare come queste correlazioni siano significative soltanto nel caso di articoli pubblicati sul Corriere, non su Repubblica: da questo punto di vista, appaiono di maggior peso le prese di posizione critiche e le scelte di copertura mediatica da parte di un quotidiano sicuramente più vicino al governo in carica rispetto a Repubblica.
Infine, i dati hanno qualcosa da dire anche su Giulio Tremonti e sulle sue dichiarazioni (dal sen fuggite?) a proposito dell’effetto benefico delle elezioni anticipate annunciate da José Luis Zapatero sullo spread dei titoli spagnoli. Il risultato dal punto di vista statistico non è molto robusto, cioè è statisticamente significativo soltanto in un caso, ma la differenza tra gli spread italiano e spagnolo aumenta a vantaggio della Spagna quante più notizie sulle elezioni sono pubblicate da El Mundo il giorno precedente. L’ampiezza dell’effetto è di circa 0,6 punti base in più per ogni deviazione standard in più di articoli sulle elezioni.
Sono così influenti i giornali italiani e spagnoli? A pensarci bene, forse sono le notizie in sé ad avere qualche influenza, e dunque la strada più corretta consiste nell’analizzare gli effetti immediati dei lanci d’agenzia sull’andamento minuto per minuto degli spread. Tuttavia, poiché si tratta di notizie politiche, è forse altrettanto rilevante che gli investitori sappiano che i cittadini dei paesi coinvolti sono consapevoli di tali notizie. (3) In un paese democratico è l’opinione pubblica, e non il singolo lancio d’agenzia, che prima o poi finisce per riversarsi in un risultato elettorale.

(1) Utili suggerimenti relativi alle parole chiave sui giornali spagnoli mi sono stati forniti da Samuel Bentolila.
(2) Nota tecnica: dal momento che il termine d’errore nella regressione potrebbe essere serialmente correlato, utilizzo il modello Prais-Winsten (nel programma Stata: comando prais con opzione robust).
(3) Sul diverso ruolo delle notizie e della consapevolezza della diffusione delle notizie stesse, si veda Gur Huberman e Tomer Regev (2001), “Contagious Speculation and a Cure for Cancer: A Nonevent that Made Stock Prices Soar” Journal of Finance, 55(1): 387-396. Disponibile qui: http://www0.gsb.columbia.edu/faculty/ghuberman/PDFpapers/CancerCure.pdf